La cronaca ora ci pone ora di fronte ad un analogo drammatico caso, che rischia però di aprire una crepa nell’imminente legge sul testamento biologico prima ancora che essa passi al vaglio del Senato. Protagonista è ancora una volta una donna testimone di Geova,
una 48enne della provincia di Treviso. Questa volta però è stata proprio la signora in questione, affetta da una malattia degenerativa, a rivolgersipreventivamente al giudice tutelare, chiedendo di fare in modo che anche qualora le proprie facoltà intellettive vengano meno, le sue volontà circa i trattamenti da effettuarsi sul suo corpo siano rispettate, e il giudice ha ritenuto idonee le sue richieste. A tal fine ha anche nominato il marito amministratore di sostegno della donna: sarà lui che, nel caso in cui lei non sia più in grado di farlo, dovrà dare o negare l’assenso alle terapie e alle cure da intraprendere.La vicenda non desterebbe alcuno scalpore in un paese laico e democratico quale l’Italia sostiene di essere in base a quella dichiarazione d’intenti che è la nostra Carta costituzionale: l’art. 32, infatti prevede già che «nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge». Ciò non ha però impedito al ministro del Lavoro Maurizio Sacconi (già ministro della Salute) di affermare che la sentenza del giudice trevigiano costituirebbe un primo passo verso il diritto al «suicidio assistito e programmato», mentre il sottosegretario Eugenia Roccella ha affermato che «non c´era alcun bisogno del giudice: con la legge di oggi (N.d.R. quella in discussione), come con quella Calabrò sulle dichiarazioni anticipate, una persona lucida, in grado di intendere e di volere, è assolutamente libera di decidere responsabilmente di sé, ha diritto a rinunciare alle cure, come la donna che morì non volendosi far tagliare la gamba in cancrena. Il problema riguarda un futuro nel quale la persona non sia più vigile».
Esatto, ed è proprio qui il crudele paradosso contenuto nella legge che il Senato, ne siamo certi, si accinge purtroppo ad approvare, ed è proprio questo che la donna sta probabilmente tentando di prevenire. Come spiega il senatore Marino infatti: «al governo giocano con le parole e la vita altrui: dicono che uno è libero di rinunciare alle cure ma non appena perde conoscenza la sua volontà diventa non vincolante». L’art. 7 della legge in via di approvazione sancisce infatti che «Gli orientamenti espressi dal soggetto nella sua dichiarazione anticipata di trattamento sono presi in considerazione dal medico curante che, sentito il fiduciario, annota nella cartella clinica le motivazioni per le quali ritiene di seguirle o meno». Non solo, ma una modifica apportata all’art. 3 prevede che le volontà disposte dal paziente siano ritenute valide solo quando il medesimo fosse «nell’incapacità permanente di comprendere le informazioni circa il trattamento sanitario e le sue conseguenze per accertata assenza di attività cerebrale integrativa cortico-sottocorticale e, pertanto, non può assumere decisioni che lo riguardano». Cioè la volontà del malato sarà presa in considerazione dal medico solo se questi lo riterrà opportuno e solo se il malato sarà già clinicamente morto.
In molti hanno già definito questa legge assurda e liberticida. La signora trevigiana, forse nel timore che tale obbrobrio, entrando in vigore, le impedisca di disporre di sé come ritiene più consono al proprio sentire, ha probabilmente cercato di aprirsi un varco, angusto, che lasci spazio per l’autodeterminazione in un frangente della parabola dell’esistenza così intimo, personale e delicato. Frangente nel quale, invece, il partito trasversale del Vaticano – unico vero e solido partito trasversale che l’Italia repubblicana abbia mai avuto – pretende di legiferare ex cathedra, quella di Pietro, naturalmente.
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