giovedì 1 settembre 2011

Arrestato Tarantini «Berlusconi pagava l'affitto di una casa»


In manette anche la moglie dell'imprenditore, Lavitola latitante. I pm: «Inchiesta compromessa da fuga notizie»

Giampaolo Tarantini

ROMA - Giampaolo Tarantini e la moglie, Angela Devenuto sono stati arrestati. L'accusa per l'imprenditore barese 34enne che nel 2008 aveva portato la escort Patrizia D'Addario nella residenza del premier Silvio Berlusconi a palazzo Grazioli è estorsione ai danni del presidente del Consiglio. L'arresto è stato eseguito dalla Digos della Questura di Napoli, in collaborazione con quella di Roma, in esecuzione di una ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip di Napoli, Amelia Primavera.

Il gip ha emesso anche una ordinanza di custodia cautelare in carcere anche nei confronti del direttore ed editore dell'Avanti, Valter Lavitola il quale, a quanto si è appreso, risulterebbe irreperibile e dunque latitante.

I coniugi Tarantini sono stati arrestati a Roma, alle prime ore dell'alba, nella loro casa in una traversa di via Veneto. Nell'abitazione romana Tarantini aveva trascorso alcuni mesi agli arresti domiciliari nell'ambito dell'inchiesta della procura di Bari sulla detenzione e la cessione di droga per le feste nelle ville in Sardegna. L'imprenditore è stato rinchiuso nel carcere di Poggioreale, la moglie in quello femminile di Pozzuoli.

Berlusconi avrebbe pagato a Giampaolo Tarantini il canone di locazione di una casa in una zona prestigiosa di Roma. È uno degli elementi alla base delle accuse rivolte dai pm partenopei all'imprenditore barese e alla moglie. Non si sa per il momento se la casa in questione sia quella di via Veneto dove sono stati arrestati stamane i coniugi Tarantini, oppure un'altra.

La «ripetuta dazione» di somme di denaro e altri benefici economici da parte di Berlusconi ai coniugi Tarantini, con modalità «dissimulate o comunque non trasparenti», è una delle ipotesi di reato al centro dell'inchiesta che ha portato all'arresto dell'imprenditore barese e della moglie. Lavitola, secondo la procura avrebbe fatto da mediatore e trattenuto per sè «parti consistenti» delle somme pagate dal Cavaliere, «impiegandole in diverse società a lui direttamente riferibili».

I coniugi Tarantini, secondo quanto emerge dall'inchiesta, avrebbero ottenuto dal premier non solo somme di denaro ma anche impieghi e altri incarichi di lavoro, il canone di locazione di una casa e il pagamento di spese legali. Lavitola, secondo l'accusa, avrebbe concertato con l'imprenditore barese «le iniziative processuali più idonee per costringere Berlusconi al pagamento di ulteriori somme», il tutto nell'ambito dei procedimenti che vedono Tarantini indagato a Bari.

L'inchiesta che ha portato all'arresto di Tarantini e della moglie, condotta dai sostituti procuratori Henry John Woodcock, Francesco Curcio e Vincenzo Piscitelli, trae origine «da più ampie e diversificate indagini» coordinate dalla procura partenopea. Lo si sottolinea in una nota a firma del procuratore aggiunto Francesco Greco. In particolare si fa riferimento a indagini condotte, anche con intercettazioni telefoniche, dalla Digos di Napoli su alcune società del gruppo Finmeccanica, «dove Valter Lavitola sembra svolgere non meglio definite attività di consulenza». Gli esiti delle investigazioni della sezione criminalità economica della procura sono poi confluiti in quelli delle indagini della sezione reati contro la pubblica amministrazione riguardanti lo stesso Lavitola e altri indagati nell'ambito dell'inchiesta sulla cosiddetta P4, che vede coinvolti tra gli altri il parlamentare del Pdl Alfonso Papa e l'uomo d'affari Luigi Bisignani.

Per parlare di denaro adoperavano un «linguaggio criptico, convenzionale». In particolare nelle conversazioni intercettate dagli inquirenti di Napoli nell'ambito dell'inchiesta sulla presunta estorsione a Berlusconi si faceva riferimento alla «stampa di fotografia». È quanto emerge dall'ordinanza emessa dal gip di Napoli. A usare il codice cifrato era in particolare Lavitola, il quale per telefonare adoperava solitamente una scheda sim panamense. Nell'ordinanza sono riportate varie intercettazioni, come quella tra Lavitola e Marinella Brambilla, della segreteria di Berlusconi. Questo lo stralcio di una telefonata intercorsa tra i due il 23 giugno scorso. Brambilla: ok, allora riusciamo a stampare dieci foto, mandami...chi mi mandi il solito Juannino lì il tuo? Lavitola: ok Marinella: quando lo mandi? perché io esco alle undici col dottore, mandamelo immediatamente. In un'altra telefonata del 28 giugno si torna a parlare di «foto», quando Marinella dice a Lavitola: «le 20 foto sono pronte, mandami...quando?».

Le indagini, dice ancora la procura, sono state «fortemente compromesse dalla criminosa sottrazione di numerosi e rilevanti contenuti della richiesta cautelare ad opera di ignoti, cui ha fatto seguito nei giorni scorsi la pubblicazione degli stessi su alcuni giornali nazionali». Il riferimento è alle anticipazioni uscite la settimana scorsa su Panorama, e poi riprese dagli altri media.

L'indagine era stata infatti al centro di una anticipazione, il 24 agosto scorso, del settimanale che fa capo alla famiglia Berlusconi. Secondo il periodico, l'estorsione ai danni del Cavaliere sarebbe consistita in un versamento di 500 mila euro a Tarantini e in altre somme versate ogni mese. Il presidente del Consiglio ha negato di essere vittima di un'estorsione e a Panorama ha dichiarato: «Ho aiutato una persona (cioè Tarantini, ndr) e una famiglia con bambini che si è trovata e si trova in gravissime difficoltà economiche. Non ho fatto nulla di illecito, mi sono limitato ad assistere un uomo disperato non chiedendo nulla in cambio».

L'ipotesi della procura di Napoli, secondo la ricostruzione di Panorama, è che Tarantini abbia ricevuto il compenso per continuare a dichiarare, nel processo barese in cui è indagato, che Berlusconi non sapeva di ospitare alle sue feste escort prezzolate dallo stesso imprenditore pugliese. Secondo l'accusa, il mezzo milione sarebbe dovuto servire, soprattutto, a convincere Tarantini a scegliere la strada del patteggiamento in un procedimento in cui sarebbe l'unico imputato, evitando così un processo pubblico con la conseguente diffusione di intercettazioni telefoniche ritenute imbarazzanti per il premier. Gli inquirenti sospettano inoltre l'esistenza di un raggiro di Lavitola ai danni di Tarantini, con il primo che avrebbe trattenuto 400 dei 500 mila euro destinati al secondo.

L'inchiesta sulla presunta estorsione ai danni
del presidente del Consiglio potrebbe essere trasferita da Napoli in un'altra sede, per questioni di competenza. Sono gli stessi pm della procura partenopea a sollevare il nodo, nella richiesta di misure cautelari rivolta al gip: risulta infatti difficile capire dove siano avvenute - certamente non a Napoli - le dazioni al centro delle indagini. È quindi verosimile che nei prossimi giorni gli atti possano passare ad un'altra procura, forse proprio quella di Roma.

Lavitola: non sono latitante. «È passata sui media la notizia che sono latitante. Non è vero. Sono all'estero per lavoro», ha però sostenuto Lavitola in una nota. «Attendo di definire con il mio avvocato le decisioni da prendere - ha proseguito - è mia intenzione collaborare pienamente con la giustizia per chiarire la questione. Infine, ribadisco con forza che non mi è mai neppure passato per la testa di raggirare il presidente Berlusconi, né di impossessarmi di presunte somme destinate ad una famiglia in difficoltà».

Fonte

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