Nell’editoriale sul Fatto Quotidiano, Marco Travaglio infila di soppiatto, fra i vari provvedimenti utili a superare la crisi in maniera “equa”, anche l’allungamento dell’età pensionabile.
In questo eccitante gioco estivo del “indovina cosa ci vuole per uscire dalla crisi?”, tutti si esercitano con un brain storming che inizia con tante buone intenzioni e finisce alla solita vecchia maniera: in culo ai lavoratori. Così i pensionati si ritrovano in quel confuso calderone fatto di evasione ed elusione fiscale, di reati di bilancio, lavoro nero, capitali mafiosi, privilegi intollerabili della casta, costi della politica ecc.
Questa dell’allungamento dell’età pensionabile è una cosa decisamente odiosa e insopportabile. Pensionati da mille euro al mese vengono accomunati alle cricche di delinquenti che divorano questo paese da sempre, una casta fra le caste. Dalle parole di liberali DOP come Pannella trapela un odio e quasi un risentimento verso questi privilegiati che con la loro assurda richiesta di mera sopravvivenza, succhiano la linfa delle nuove generazioni. Ingordi egoisti. Per non parlare poi della facciaulaggine di gente come la signora Marcegaglia, la cazzuta capa dei padroni, che con lodevole chiarezza e fiero orgoglio di classe declama senza mezzi termini: le tasse ai ricchi? Un obbrobrio, si metta mano alle pensioni piuttosto.
Per anni, grazie anche allo zelo patriottico e alla vocazione giacobina di certi maîtres à penser della sinistra(?) come tal Adinolfi, si è alimentato ad arte un conflitto fra vecchi privilegiati con la pensione, che come cavallette voraci e ingorde divorano una buona fetta del welfare, e giovani indifesi e senza garanzie, destinati per colpa di vecchi egoisti ad un futuro di miseria e precarietà. Se i giovani sono destinati ad un destino crudele insomma, è colpa di quelli come mio padre che hanno lavorato per quarant’anni e adesso si pappano la pensione e se la godono da attempati vitelloni. La sorte dei pensionati oltretutto è aggravata dalla favoletta dall’allungamento delle aspettative di vita, come se lavorare quarant’anni in un reparto verniciature o in una fonderia non costituisse un cumulo insopportabile anche per chi avesse un’aspettativa di vita di cento cinquant’anni. Questi signori che, lasciatemelo dire per carità, sono delle gran teste di cazzo, fanno finta di non capire che c’è una bella differenza fra “travaglio” e lavoro, anche se in alcune lingue l’etimologia è la stessa. Questi grilli parlanti con la pancia piena, confondono il loro bel lavoro con gli affanni del travaglio quotidiano, una punizione infernale ca cui la maggioranza degli umani è condannata per sopravvivere senza avere alcuna colpa. Sono ben sicuro che Travaglio (mi si perdoni il gioco di parole), non faccia fatica a vedersi al lavoro fino ad ottant’anni, nel suo comodo studio, da dove invia succulenti articoli ben pagati. In fondo quale “lavoro”è più gratificante del suo. E sono altrettanto certo che un guitto errante della politica come Pannella esalerà l’ultimo respiro lavorando e digiunando magari, perché quella è la vita che si è scelto e a cui si dedica con passione, non è la sua condanna. Per la maggioranza degli italiani non è così. Lavori ripetitivi, mal pagati, usuranti e demotivanti che si ripetono con gli stessi atroci rituali come in un girone infernale, perdi più in un contesto dominato da favoritismi, raccomandazioni politiche e dei soliti porporati, prepotenze piccole e grandi e ingiustizie quotidiane. Provate a pensare a un operaio delle presse o anche ad un impiegato comunale. Fare quel lavoro fino a settant’anni? Saranno già morti prima. Certo il lavoro crea anche forti vincoli di solidarietà e per una buona parte di tempo nella storia di questo paese ha costituito anche l’ossatura di una soggettività forgiata con le lotte e con la cultura, ma la realtà odierna è ben diversa e la maggioranza delle persone non vede l’ora di liberarsi di questo orribile fardello.
Sono ben lontani i tempi in cui l’utopia della liberazione del lavoro appariva concreta con l’avvento della tecnologia e con i rapporti di forza favorevoli alle classi lavoratrici. Oggi il pensiero unico non lascia scampo: l’economia è un compito con regole già scritte, è una scienza esatta che va applicata come si applicano i calcoli di tenuta di un ponte o di un palazzo. Ovviamente è falso. Anche i bambini sanno che non esiste nessuna scienza assoluta e assolutamente neutrale. Il problema è che nessuno fa i compiti e nessuno riesce ad immaginare qualcosa di almeno altrettanto attuale rispetto al liberismo. I nostri intellettuali, se ce n’è qualcuno capace di ragionare su criteri alternativi al pensiero unico in economia e di sperimentarle sul campo, si facciano avanti, mettano fuori il becco da quelle gabbiette dorate che si sono costruite con il presenzialismo d’accatto e con pingui diritti d’autore e riacquistino almeno il gusto della polemica e del libero pensiero.
Come già detto manca un movimento forte e organizzato, senza il quale gli strumenti a disposizione sono necessariamente deboli, poiché non c’è possibilità di contrapporre una visione simmetrica e altrettanto forte rispetto a quella del capitalismo né, cosa importantissima, di una sperimentazione adeguata sul campo.
Per il momento facciamo almeno il possibile: opponiamoci alla vulgata neoliberista e indichiamo con forza un’alternativa anche in termini elettorali. Nel frattempo nessuno rompa i coglioni con l’aumento dell’età pensionabile o con le favolette dell’allungamento delle aspettative di vita, o altrimenti lo mandiamo a lavorare, sul serio.
http://doppiocieco.splinder.com/post/25459206/il-travaglio-delle-pensioni
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