Sedevano tronfi sui sacri
miei scranni, inetti, incapaci,
ancor vili tiranni. Pecunia,
potere, sollazzo, ignominia,
lordavano lumi di mia fronte
virginea. Gli amati miei Figli,
mia vera speranza, deh! Percossi,
umiliati da truce mattanza.
Per anni mia Legge, cara al Padre
Romano, calpesta ed oltraggia
ben lorda mano! Sì che non regge,
si fugge angustiata, la Diche
qual vollemi Nazione beata.
Alberga nei cuori insano partito:
abiura al Diritto, di piombo vestito.
Perché faticare, soffrire, pugnare?
Levaronsi avverso sicura morte
i Figli Maggiori, ond’Io son forte.
Paolo, Giovanni! Nè più mi consolo,
strapparvi al mio Cor vidi tritolo.
Lo vidi, tapina! In fosca notte
lo cela moina di mani corrotte.
Figlio! Financo il dì che sapevi
giunto, lì t’inchiodò, col cor compunto!
Morivi. Incontro andare così
al fratello! Sì triste in mio nome
una sorte spartir: parveTi bello!
La madre Italia, curva, non vinta,
lasciaste al giogo di falsa lusinga.
Finché non sorse, per tutto, un grido
di figlie e figli, coro unito:
“Risorgi, mia Patria! A chi Ti minaccia
sorridi benigna, ché pur si taccia!
Mai più si tenti di separare
il suol che a martiri consacra are!”
Si volgon le figlie, dolci Vestali,
mostrando ai fratelli capaci ali.
A voce accorata che intona
Tuo canto, gentile un “Sì!” fa eco
nel pianto. E’ Donna, è Madre, pronta
a giurare sua fede a una Patria
che vuol rifondare. “Sorti sì amare
ci vogliono schiave? Ma schiave
non siamo! Siam Donne, Italiane!
Levatevi, orsù, amati fratelli!
Giurate in Suo nom farvi belli!
Uniti per sempre: un cor, una speme!
Mostriamo all’Italia or quanto ci preme!
Risorgi, mia Patria! Sei bella, sei santa!
Ancora un “Sì!” mia voce Ti canta!
Son donna, son uomo, chiederlo è vano.
Per tutto si sappia: Io sono. Italiano.
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